
Un giorno del mese di maggio.
- Vorrei scrivere ma ci sono troppe cose e non ci riesco. Io scrivo a sputo.
- E scrivi più volte.
Un giorno del mese di maggio, ci sono cinque giovani, cinque bocche che parlano, sorridono, bevono e mangiano, ma per lo più sorridono con la sabbia tra le dita, sorridono per il sole incorniciato di nuvole, per il vino, per un tramonto da favola in un posto sospeso nel tempo. Sorridono perché quel giorno è come le colonne doriche, ha qualcosa di eterno.
Poco dopo quando, nonostante il caldo, si corre, gli occhi si perdono a guardare l'asfalto o le gambe di chi ti corre davanti, e a metà giro volti lo sguardo a destra e vedi le montagne che sono un recinto intorno alla tua casa e pensi che non potresti vivere in un posto senza quegli agglomerati di terra e roccia, ti sentiresti scoperta, indifesa.
In piazza c'è un concerto al posto di un altro in cui sei felice e balli, in cui bevi la tua coca cola da 139 kcl e lo rivedi, e lo senti così lontano da te, a migliaia di chilometri che pensi a cosa è capace di fare il tempo con le sue pennellate di bianco a cancellare tutto.
Poi, quando tutto dovrebbe finire e invece un sorriso ti disarma, c'è un giardino con i bambini e gli spruzzi d'acqua frizzante di una fontana sotto l'ombra di un albero immenso.
Una sera del mese di maggio c'è un letto rosso e blu dal quale si cade spesso ma senza mai farsi male; ci sono mani, occhi, bocche e respiri raddoppiati e frenetici, ci sono corpi smaniosi e muscoli sotto tensione.
Avevo cercato di non dare retta a quelle sensazioni sinistre che mi salivano dallo stomaco, avevo cercato di dirmi che il senso di panico e di disperazione che avevano cominciato ad azzannarmi il petto e la gola erano dovuti solo alle nuvole nere cariche di fulmini che stavano arrivando nel cielo sopra di noi. Mi ero messa a parlare a ruota libera, per non sentire la paura ché se una cosa non ce l'hai non puoi perderla ma ieri era come conoscersi da sempre, in un giorno qualsiasi del mese di maggio.















